La pratica ininterrotta della consapevolezza e la discriminazione tra ciò che è reale e ciò che è irreale, rimuove gli ostacoli (ignoranza) (2:26)”. Patanjali, Yoga Sutra.

Nello yoga (e non solo) la terapia del rimorso pare funzionare davvero. Rimandare la pratica quotidiana, cercando i motivi per non sentirsi in colpa, è uno dei comportamenti più diffusi nei praticanti che chiedono spesso aiuto   (specialmente dopo la lezione di yoga) all’insegnante per avere maggiore entusiasmo nella pratica. Seppure la loro domanda deve essere considerata con grande attenzione, la risposta non la si può trovare che dentro di sé.

Un impegno imprevisto nel lavoro, oppure in famiglia, una giornata stressante, il contatto sempre più difficile ed emotivamente stancante con colleghi, un capufficio egocentrico, le persone maleducate che ci circondano, oppure una stanza che non è adatta alla pratica, sono un buon catalogo di scuse al quale attingere quando non si ha voglia di praticare.

Il vivere quotidiano con le sue difficoltà e le sue frustrazioni, costituisce un motivo sempre valido per affidare la pratica di oggi ad un momento successivo. In effetti il tempo attuale è una giungla fatta di responsabilità, compiti ed obblighi in cui si consumano le giornate, senza nemmeno accorgersene.

Nella società liquida ed iper-tecnologica di oggi, uno degli errori più comuni è quello di pensare che la tecnica risolva ogni cosa. Quando si tratta di entrare dentro la profondità del proprio essere interiore, la tecnica serve a ben poco. Molti maestri ci insegnano come la pratica, per non divenire irregolare (e quindi sostanzialmente inutile), debba poggiare su principi ed una filosofia di vita in grado di impedire alla mente di essere disturbata dal mondo esterno.

Solo quando si è sinceri con sé stessi si mette tutto proprio cuore in ciò che si fa, e in queste condizioni la pratica non viene rimandata, perché sarà la fonte di tante e tali soddisfazioni che vorremmo fossero sempre presenti nella nostra vita. Prima che sul tappetino, la vera pratica yoga inizia fuori (e a volte lontano dallo stesso).

Negli Yoga Sutra di Patanjali uno dei peggiori ostacoli che viene evidenziato è quello della rassegnazione, dell’atteggiamento rinuciatario del praticante (“forse non sono la persona adatta per questo compito…”). C’è mancanza di entusiasmo a tutti i livelli. Una sorta di burn-out energetico. L’umore instabile può giocare un brutto tiro quando la pratica ci fa accorgere che dobbiamo fare ancora tanto. “Non ho più voglia di continuare” è il pensiero che ci attraversa. Dura, a volte durissima fare il passo successivo (alabdhabhumikatva).

Gli ostacoli comprendono sia fattori reali (come la malattia fisica) sia l’illusione (maya) di essere arrivati più in là di dove siamo in realtà. Quando cade il velo di maya e scopriamo di essere un pò più piccoli di come credevamo di essere, si perde la fiducia.

L’ultimo ostacolo che Patanjali chiama anavashtitatvani. Accontentarsi di essere diventati un pò migliori di ieri, con la speranza di divenire migliori in futuro. Questo è il consiglio di un grande maestro come T.K.V. Desikachar (Il Cuore dello Yoga, Ubaldini, 1997) per rimuovere sassi e sassolini (talvolta massi) dalla nostra via dello yoga.