Il mondo dello yoga si alimenta di falsi miti riguardo gli infortuni che possono occorrere al praticante durante la lezione. Ad esempio quelli di eseguire le asanas (posizioni) con lentezza oppure quello di portare la massima consapevolezza nella pratica. Occorre dire che non esiste una formula magica che scongiuri a priori gli infortuni sul tappetino, in quanto i fattori che li determinano sono vari e complessi.

Bill Reif, fisioterapista americano con quarant’anni di esperienza nel libro The Back Pain Secret, analizza in maniera specifica i falsi miti più comuni riguardo gli infortuni che occorrono durante la pratica yoga.

Diamo un’occhiata ai dieci miti più diffusi riguardo gli infortuni.

MITO 1: Lo yoga è sicuro al 100% al 100% delle volte.

Lo yoga sfida il nostro corpo, sottoponendolo a posizioni inusuali. Il tasso di distorsioni e fratture durante la pratica è in aumento.  Molti praticanti non sono nemmeno consapevoli di essersi infortunati. Un infortunio improvviso si può sempre verificare durante una lezione, ma la maggior parte delle volte gli infortuni sono su base cumulativa. Cosa significa? Significa che si verificano nel corso del tempo delle  lesioni derivanti da iper-estensione delle articolazioni. Anche i dolori al collo o alla parte bassa della schiena possono manifestarsi dopo anni.

Proprio perchè i dolori si manifestano spesso nel tempo è molto labile la linea di demarcazione tra l’ infortunio derivante dalla pratica e l’infortunio determinato da altra causa. Ad esempio un dolore che posso sentire durante chaturanga dandasana può derivare dal fatto che è mia abitudine portare una borsa pesante sulla spalla sinistra in maniera scorretta. Oppure al contrario nella giornata posso sentire un dolore alla spalla che è stato causato quando durante la pratica ho eseguito chaturanga ruotando le spalle in avanti.

A volte alzare una scatola pesante con la schiena arrotondata (errore) può causare dolore durante la pratica. Il segreto secondo Reif è quello di accettare che durante la pratica possano verificarsi degli infortuni e quindi adottare quelle misure che ne prevengano l’insorgenza.

MITO 2: Un insegnante di yoga attento e con esperienza non causerà mai infortuni.

Anche un insegnante esperto può causare infortuni. Un’insegnante può abbassare il rischio infortuni ricordando agli allievi che i corpi sono diversi e non condividono la stessa storia muscolo-scheletrica. Altra cosa importante è correggere l’allievo con molta attenzione e istruirlo con attenzione nel passaggio da un’asana all’altra.

MITO 3: Un praticante esperto non si infortunerà mai.

Anche gli allievi più esperti si possono infortunare. Ad esempio un mese intenso di yoga potrebbe essere la causa di infortuni anche per un praticante esperto.

Anche l’età è un fattore di rischio per gli infortuni.

In uno studio pubblicato nel 2016 sull’Orthopaedic Journal of Sports Medicine, gli over 65 hanno avuto il triplo degli infortuni rispetto agli altri praticanti. Ad esempio un praticante affetto da osteoporosi deve stare molto più attento di uno che non lo è, dovendo prestare attenzione alle asanas che richiedono piegamenti in avanti oppure ai piegamenti all’indietro (ad esempio ustrasana la posizione del cammello) .Reif inoltre raccomanda gli studenti di prestare molta attenzione ai piccoli cambiamenti che si verificano nel corpo, anche piccoli cambiamenti quotidiani. La massa muscolare quando si invecchia diventa maggiormente suscettibile di lesioni.

MITO 4: Se si ascolta il corpo non ci si infortuna.

Non sempre i segnali che il corpo ci manda sono facilmente interpretabili, soprattutto per i principianti. Soprattutto coloro che sono agli inizi non sanno come bene interpretare i segnali che arrivano dal corpo. Reid aggiunge che “non tutti gli infortuni sono immediatamente percepibili, spesso il dolore alla parte bassa della schiena si manifesta dopo parecchi minuti od ore rispetto al movimento che l’ha causato. In pratica è possibile non solo non sentire dolore nel momento che precede un infortunio, ma anche che non sentiamo l’infortunio stesso. E’ quindi consigliabile uscire dall’asana non appena sentiamo dolore, ma anche quando sentiamo intorpidimento o formicolìo”.

MITO 5: Se si esegue correttamente l’asana con i giusti allineamenti non ci si infortuna.

Non sempre quando ci si infortuna si è eseguita un’asana in maniera impropria o sbagliata. Solo una piccola parte degli infortuni nasce dai disallineamenti. E’ molto più comune che qualche allievo abbia un infortunio pregresso o un problema nascosto come un leggero rigonfiamento del disco vertebrale del collo o della schiena, che si presenta però quando l’allievo esegue l’asana.

MITO 6: Se l’insegnante corregge in maniera appropriata l’allievo scoprirà quelle resistenze nel corpo dell’allievo che potrebbero causargli un infortunio.

In questo caso Reif mette in evidenza due difetti di questo ragionamento:

  1. la resistenza non è sempre sinonimo dell’esistenza di problemi;
  2. la non-resistenza non è sempre una condizione ideale allorquando si deve correggere.

Infatti per l’insegnante un allievo che non oppone alcuna resistenza può essere molto pericoloso da correggere proprio perchè esercitando la pressione su un allievo dotato di ipermobilità articolare, si rischia di spingerlo oltre la soglia della normale mobilità, causandogli dolore e instabilità.

Quando si interviene su un corpo flessibile si deve quindi prestare molta attenzione, stabilizzando prima di tutto i legamenti che sono già ipermobili di loro, incoraggiando verbalmente l’allievo a non forzare verso l’estremizzazione della posizione.

MITO 7: Gli aggiustamenti che richiedono all’allievo il movimento.

Gli aggiustamenti che richiedono all’allievo di sollevare o di spingere la mano dell’insegnante sono in genere più sicuri degli aggiustamenti basati sulla spinta o sulla compressione esercitati sul suo corpo. In questo modo l’allievo potrà percepire direttamente il proprio sforzo, arrivando laddove l’insegnante non può arrivare. “Applicare una forza esterna (da parte dell’insegnante) all’allievo che si trova in una posizione di disallineamento può causare delle lesioni…” ammonisce Reif, “…quella forza esterna che causa la lesione può venire dall’insegnante, oppure dallo stesso allievo. Ad esempio: uno studente nella posizione del triangolo può farsi male se appoggia la sua mano sopra il palmo di quella dell’insegnante, in una situazione in cui la spalla è ruotata in avanti”.

MITO 8: Gli insegnanti conoscono chi si è infortunato nella propria classe.

Sarebbe bellissimo poter affermare che nessuno si è fatto male nella propria classe, oppure che solo un allievo si è infortunato, ma la verità è che nessun insegnante yoga può affermare con certezza di conoscere ogni tipo di infortunio che si è verificato nel proprio corso, “per la semplice ragione che spesso sono gli stessi allievi che non glielo dicono…” sottolinea Reif.

MITO 9: Muoversi lentamente previene dagli infortuni.

Non è vero, anche se sarebbe bello che lo fosse. Il movimento lento non previene gli infortuni. Se un movimento è eseguito male, anche un movimento lento può causare l’infortunio. Ad esempio se l’infortunio nasce dal fatto che il ginocchio destro non si muove in asse con il piede destro, anche un movimento lento non garantisce che il movimento sia fatto correttamente e il disallineamento causerà comunque l’infortunio.

MITO 10: L’infortunio è una cosa passata (e non ho bisogno di dirlo all’insegnante).

Ognuno di noi ha un punto debole nel corpo, un “tendine d’Achille”, una zona vulnerabile del proprio corpo in cui si riscontrano, dolori, crepitii, oppure restrizioni a livello di mobilità.

Questo potrebbe essere il risultato di una vecchia frattura, di un vecchio trauma, dell’inizio di una forma di artrosi oppure di una lesione (o più lesioni muscolari). Oltre a mantenere la nostra consapevolezza riguardo le nostre aree  corporee che sappiamo essere vulnerabili, Reif incoraggia i praticanti yoga ad informare gli insegnanti sulle lesioni precedenti, soprattutto se sono state di una certa entità, se si sono ripetute nel tempo, in maniera tale da consentire a chi ci insegna yoga a non effettuare certe asanas, oppure ad eseguirle in maniera diversa.