Suono un pò la chitarra, scrivo qualche canzone, faccio dei film, ma niente di tutto questo mi rappresenta davvero…il vero me sta altrove…”(George Harrison).

George Harrison è stato non solo il chitarrista straordinario che la militanza nei Beatles ha consegnato all’immortalità artistica, ma fu anche “altro”. Fu il ricercatore spirituale che portò i Beatles in India, fu il collezionista di automobili da favola che parlava di una vita basata su cose semplici e sulla compassione verso il prossimo, fu il musicista capace di brillare di luce propria senza interferire con il genio di Lennon e Mc Cartney, fu il miliardario che lasciò il dieci per cento della propria eredità (circa trecento milioni di dollari) agli Hare Krishna, fu lo sperimentatore aperto all’elettronica che introdusse nel sound dei Beatles il sintetizzatore Moog nell’album Abbey Road (1969).

Un talento innovativo per la musica dell’epoca che va apprezzato ancora di più oggi (a sedici anni dalla sua scomparsa) sia dal punto di vista musicale, sia anche per la  profondità spirituale e per il lavoro di cantautore indipendente nel periodo post-Beatles (con la propria etichetta Dark Horse).

Si racconta che ad una affollatissima conferenza stampa organizzata per l’uscita di Abbey Road (1969), John seguito da Ringo e poi da Paul uscirono quasi subito dalla sede degli Abbey Road Studio’s evitando ogni contatto con le persone. Harrison invece notò tra il pubblico la presenza di Shyamsundar uno dei principali discepoli di Swami Prabhupada (il fondatore degli Hare Krishna) avendo letto qualche giorno prima sul Times che a Londra era in arrivo una delegazione di Hare Krishna per aprire un tempio nella capitale, e avvicinandosi a Shyamsundar gli disse “dove sei stato? Non vedevo l’ora di incontrarti…

Iniziò così l’amicizia tra i due che portò Shyamsundar a vivere presso la casa padronale di Harrison e un invito ai devoti ad incidere il mantra Hare Krishna per la Apple Records (la casa discografica dei Beatles).

Nel gennaio 1971 il singolo “My Sweet Lord”(tratto dall’album “All Thing Must Pass”) in poche settimane raggiunse il primo posto sia in America (dove uscì alla fine del 1970) sia in Inghilterra, risultando il primo singolo di un ex-Beatles a raggiungere il numero uno in classifica dei dischi più venduti.

Più tardi lo stesso Harrison ebbe a commentare “quella fu una delle più grandi gioie della mia vita”.

Sembra incredibile ma la la frase” Hare Krishna” guadagnò popolarità mondiale sia in radio che in televisione, diventando di uso comune non solo negli ashram, ma anche nei ristoranti, nei club, nei giornali, nelle riviste, nei film e nelle commedie.

Il 25 giugno 1967 i Beatles eseguirono live “All You Need is Love” in un’esibizione trasmessa dalla tv satellitare Our World raggiungendo un’audience di oltre quattrocento milioni di persone.

Dopo tre anni George Harrison raggiungeva un’audience ancora più vasta con l’Ultima Vibrazione: il potere del kirtan (che è uno dei nove modi per praticare il Bhakti Yoga) avverando la profezia del grande maestro e mistico indiano Caitanya Mahaprabhu: “…il canto del sacro nome di Krishna sarà ascoltato in ogni città e villaggio del mondo”.

L’azione di Harrison fece in modo che quella profezia diventasse reale.