Nel testo medievale conosciuto come Yoga Vasishta (*), Rama viene interrogato da suo padre preoccupato di vederlo avvilito e provato sia nel corpo che nella mente.

Rama, con gli occhi bassi ed il petto scavato rispose:

Il mio cuore comincia ad interrogarsi: che cos’è che le persone chiamano felicità? Può essere ottenuta fra gli oggetti perennemente mutevoli di questo mondo? 

Tutti gli esseri nascono soltanto per morire e muoiono per rinascere.

Non percepisco alcun significato in tutti questi fenomeni transitori che sono alla radice della sofferenza e del peccato. Esseri senza relazione alcuna si ritrovano insieme e la mente inventa una relazione tra loro. Ogni cosa in questo mondo dipende dalla mente, dalla propria attitudine mentale. Esaminandola, la mente stessa appare essere irreale, ma ne siamo stregati”.

Questa è la sofferenza.

Il re era presente ed udì la conversazione tra Rama e suo padre, rispose dicendo che la percezione della propria condizione da parte di Rama era la vera causa del suo problema.

Lo yoga inizia non solo nel momento presente (vedi mio post del 25/09/2017 Nel Momento) ma anche col riconoscimento della sofferenza, dello stress, della frustrazione, dell’insoddisfazione che caratterizzano (a volte) la nostra vita. Le caratteristiche della sofferenza appaiono nel cuore come veleni.

Ecco come Pattabhi Jois li descrive:

“…negli yoga sastra è detto che Dio abita nel nostro cuore sotto forma di luce, ma questa luce è coperta da sei veleni: kama, krodha, moha, loba, matsarya e mada. Questi sono desiderio, rabbia, delusione, avarizia, invidia, pigrizia.

Rama espone una verità eterna riguardo la sofferenza, ma è la risposta del re ad essere sorprendente.

Invece di spiegare a Rama le ragioni delle sua sofferenza, il re ritiene che il problema sia un di percezione del giovane. La sua sofferenza non è il problema, ma il problema è che Rama non vede la propria angoscia come un sentiero verso l’illuminazione. E’ questo errore di percezione a causare autonomamente la sofferenza.

L’accettazione del dolore è il punto di partenza per l’inizio del lavoro su di sè attraverso la pratica.

Pattabhi Jois descrive i nemici del cuore come fattori che creano la sofferenza, ma dice anche che il lavoro inizia insieme ai fattori di afflizione che abitano in quel momento il cuore stesso. Nel linguaggio devozionale del Bhakti Yoga, viene detto che la cura dei sintomi inizia con l’amore.

La parola amore non va intesa in senso freak new-age, ma come la forza impersonale che cura spingendosi verso le nostre parti maggiormente rovinate e segnate dalla sofferenza.

Come Rama, oppure come molti altri protagonisti della letteratura indiana (si pensi ad Arjuna della Bhagavad Gita) molti persone arrivano allo yoga in quanto portatori di una sofferenza che può assumere le forme di tensioni derivanti dal lavoro (o non lavoro) quotidiano, della mancanza di qualcosa o di qualcuno, di difficoltà nelle relazioni o nella forma di contrazioni muscolari.

Uno dei motivi chiave nello yoga è che la vita è caratterizzata da dukkha, sofferenza. Questo è uno degli insegnamenti centrali che Krsna dà ad Arjuna nella Bhagavad Gita.

Per molti di noi la pratica yoga nasce dal desiderio di liberarsi da quelli che potrebbero chiamarsi “comportamenti condizionati” (coazione a ripetere direbbe Freud) che generano una sofferenza continua. Nello yoga queste “cattive abitudini” vengono descritte negli Yoga Vasishta.

Sikhidhavaja chiese a Kumbha quale sia la natura della mente così da poter conoscere il modo di eliminare le abitudini ed il processo del loro sorgere incessante. Khumba rispose che tutti i comportamenti condizionati (samsara) esistono nel corpo e nella mente come vasanas (memorie, sottili impressioni del passato, condizionamenti).

La maggior parte dei pensieri – rispose Kumbha – sono fatti di abitudini e quelle abitudini modellano quella che noi chiamiamo “la vita”. La scienza dello yoga è uno strumento per liberarci dalle nostre abitudini mentali (nel Vinyasa Yoga la contro-posizione assolve alla funzione di eliminare i patterns comportamentali negativi) che ci afferrano e ci relegano in un angolo privo di libertà e di gioia di vivere.

Il sentiero parte dal riconoscerne la presenza, facendo professione di verità prima di tutto verso noi stessi (satya).

 

* Lo Yoga Vasishta è un testo sanscrito scritto tra il VII e il XII secolo sotto forma di dialogo tra il saggio Vasishta e il giovane principe Rama.