Lakhsmi è la Dea del Loto che simboleggia la Terra e la Fecondità.

Sono le acque cosmiche a generare un loto d’oro purissimo con mille petali e radioso come il sole quando la divina sostanza vitale è pronta a produrre l’universo.

Il loto è il grembo dell’universo, la porta d’entrata, la sua apertura fatta d’oro a significarne la natura incorruttibile.

Il loto cosmico aprendosi dà alla luce alla luce Brahma, il creatore. Nella visione indù le acque sono femminili e costituiscono l’aspetto fecondo dell’Assoluto ed il loto cosmico è il loro organo generativo che viene chiamato “la forma o l’aspetto supremo della Terra”, ma anche “la dea Terra”.

La dea viene celebrata, nella letteratura indù, nei Rg Veda (in uno dei cosiddetti khila o supplementi che si aggiungono ai primi Veda) ed è chiamata con i suoi nomi classici di Sri e Laksmi e associata al simbolo del loto. Viene celebrata come “nata dal loto(padmasambhava), “ritta sul loto” (padmesthita), del “colore del loto” (padmavarna), “dalle cosce di loto” (padma-uru), dagli occhi di loto” (padmaski). La dea tutela l’agricoltura fondata sul riso dell’india nativa ed è chiamata “Colei che possiede il Letame”.

I suoi figli sono Fango (kardama) e Umidità (cicklita) in quanto personificazioni degli ingredienti di un terreno fertile. La dea “è come il miele” (madhavi) e concede “oro, vacche, cavalli e schiavi” e indossa “ghirlande d’oro e d’argento. Mentre le altre divinità sono rappresentate in forma umana sopra il loro simbolo animale, la dea Padma o Loto sta in piedi  oppure seduta su un loto, connessa a questo fiore come lo è Visnu con l’Oceano di Latte.

La dea “alla quale è caro il loto” (dagli ampi fianchi) rientra tra le figure principali sulle balaustre e sui portali dei più antichi stupa buddisti (quelli di Sanci e Bharhut) (II e I secolo a.C.)

Nello stupa (monumento destinato a ricordare la vita del Buddha) di Bharhut viene raffigurata in una delle sue pose più classiche: da un vaso ricolmo d’acqua (la coppa dell’abbondanza) spuntano cinque boccioli di loto, due dei quali sostengono una coppia di elefanti che con le proboscidi alzate le versano dolcemente dell’acqua addosso. Laksmi degli Elefanti che sorride e con la mano sinistra solleva i seni pieni e rotondi in un gesto di materna benevolenza.

Nel tempio di Basarh (III secolo a.C) la dea Terra viene rappresentata in piedi su un piedistallo di loto con due fiori di loto sbocciati e due boccioli ai lati. Indossa armille  (braccialetti d’oro o di altro materiale) sulle braccia ed ai polsi braccialetti dai quali pendono ciondoli di perle. Mancano in questo caso gli elefanti, i suoi caratteristici compagni animali. In questa raffigurazione compaiono le ali che nella tradizione indiana non figurano tra gli attributi degli dei o degli esseri soprannaturali (tranne il caso di Garuda il veicolo a forma d’uccello di Visnu). In questo caso il contatto tra la tradizione indiana e quella mesopotamica (dove invece le ali sono presenti come attributi degli dei) è evidente.

La dea del Loto, Madre del Mondo, era una divinità suprema in India già molto prima dell’arrivo dei conquistatori provenienti dal Nord. Con la fine della Civiltà dell’Indo, la dea cadde in disgrazia come conseguenza dell’arrivo dei pastori-guerrieri rigidamente patriarcali (in cui il potere è concentrato nelle mani dell’uomo più anziano) che imposero i loro dèi.

La Madre fu tolta dal suo loto e al suo posto venne installato Brahama, mentre lei venne relegata nella posizione servile della moglie brahmanica come testimoniato dal santuario di Visnu Anantasayin.

Nei cuori della popolazione indigena però la dea della Terra era sempre presente e poco a poco ritornò al suo posto d’onore quando la cultura vedica e pre-vedica nel corso dei secoli si fusero in uno.

La si vede dappertutto nei monumenti dell’arte buddhista antica e nelle opere del periodo classico trionfa ovunque.

Oggi è lei in Oriente la maggiore potenza divina (Heinrich Zimmer, Miti e Simboli dell’India, Adelphi, 2012).