Esiste un sutra, il penultimo, degli Yoga Sutra di Patanjali che viene definito con il termine Svadhyaya, lo studio del Sè come primo passo per sperimentare la Pratica del Sì.

La Pratica del Sì è considerata in molte filosofie orientali è il primo passo per vedere la realtà così com’è, libera dai filtri della mente che ne alterano contorni, essenza e prospettiva.

Dire sì a ciò che la vita ci riserva ogni giorno è una pratica difficile da realizzare in concreto, ma che consente di espellere quelle “tossine” rappresentate dal rifiuto interiore delle cose così come accadono e dal desiderio di piegarle al nostro volere. Fonte di dolore in quanto proposito destinato a naufragare per sua natura.

La Pratica del Sì rappresenta  la via verso la gratitudine che spegne sia la voce dell’ego sia di quei sentimenti come rabbia e risentimento che maturano nel corso della vita (”sarei davvero felice ora se le cose fossero andate diversamente..”).

“L’ atteggiamento di gratitudine è il più alto modo di vivere, ed è la più grande verità, la più alta verità. Se sei grato per quello che hai, allora Madre Natura ti darà di più… Se non riconosci quello che hai, in gratitudine, non ne avrai mai di più… Perciò sii riconoscente. Prendi un atteggiamento di gratitudine, troverai che l’intero universo verrà da te.” Yogi Bhajan

I condizionamenti esterni che una società liquida (nel lavoro, nei rapporti tra gli individui, nelle strutture sociali) ed iper-competitiva come quella di oggi sono molto pesanti e non sembrano conoscere ostacoli che ne limitino la potenza. Ne viene fuori una società composta da individui afflitti dalla solitudine oltre che egoisti ed egocentrici (basta dare un’occhiata ai social per avere a portata di mano una prova evidente).

Dalle Upanishad arriva quell’insegnamento chiamato Sarvan Annam che può essere tradotto come “tutto è nutrimento…”, nel senso che anche le esperienze più dolorose e spiacevoli della vita possono rappresentare un arricchimento.

Facile a dirsi, difficile da mettere in pratica viene da dire.

Soprattutto in quei momenti in cui siamo accecati dalla rabbia, quando la vita sembra averci non solo girato le spalle (la perdita del lavoro, di un affetto, le aspettative della vita andate deluse), ma anche dichiarato guerra in maniera aperta (la malattia nostra o di un proprio caro).

Solo mettendo in campo Svadhyaya osservando i comportamenti che mettiamo in campo nella vita di tutti i giorni, si può ritornare a quel sentimento di gratitudine verso l’esistenza che Bernie Clark in The Complete Guide to Yin Yoga: The Philosophy and Practice of Yin Yoga, Wild Strawberry Productions, 2012) descrive come l’atto di “innaffiare i fiori”.

Seguendo l’insolita metafora del giardinaggio, Bernie Clark ci ricorda che nessun buon giardiniere si sognerebbe mai di annaffiare le erbacce (sentimenti di risentimento, rabbia, rimpianto) anzichè i fiori (gratitudine per quello che la vita ci ha offerto sino ad ora).

Il sentimento di rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non è stato viene paragonato ad una pianta infestante (o ad un’erbaccia) che noi innaffiamo con cura ogniqualvolta ci facciamo vincere dalla negatività del confronto con gli altri e dal conseguente sentimento di rancore, rabbia per come (non) sono andate le cose.

Anche se per noi occidentali è apparentemente incomprensibile, il perdono nei confronti di chi ci ha fatto del male è una sottilissima tecnica  che viene utilizzata anche dai monaci buddisti tibetani.

Lama Thamtog Rinpoche (oggi Abate del Monastero di Namgyal in India su nomina di S.S. il Dalai Lama) all’Istituto Ghe Pel Ling di Milano spiegava spesso a lezione come questa tecnica meditativa gli consentì di superare il dolore per la perdita del padre per mano dei cinesi.

Il perdono secondo il pensiero orientale è un atto di grande beneficio per chi lo pratica (e non già solo verso gli altri come siamo soliti pensare) andando a dissolvere i grumi delle nostre sofferenze interiori e solo successivamente riflettendosi nel mondo circostante.

La prima via per accedere alla sfera del perdono è quella di cominciare a perdonare noi stessi. Uno strumento pratico è quello offerto dalla meditazione buddista Metta (che si può tradurre a seconda dei contesti con benevolenza oppure con tranquillitàaperturanon conflittualità), nella quale gli insegnamenti si dirigono a far comprendere all’allievo l’importanza di coltivare pensieri di benevolenza nei propri confronti e poi successivamente a condividere questo stato d’animo con gli altri (arrivando ad includere in maniera equanime tutti gli esseri dell’universo).

Lo scopo della meditazione Metta parte dal principio che inizialmente di fronte ad una esperienza spiacevole, la nostra reazione iniziale è quella di opporvi resistenza. Al contrario una reazione più amichevole verso questa esperienza, lascerebbe campo aperto ad una visione più chiara e profonda in grado di indagarne e rivelarne la reale natura.

Anche qui facile a dirsi, molto meno a farsi.

Chi ha voglia di mettere mano all’origine dei propri dolori?

I Maestri ci insegnano però che un atteggiamento amorevole e pacifico verso l’esperienza negativa (che le sottilissime coincidenze karmiche possono far coincidere con la vita stessa) può cambiare il nostro modo di vedere le cose.

Vedere: ecco il punto.

Lo Yoga appartiene ad uno dei sei sistemi del pensiero filosofico indiano chiamato Darshana (dal sanscrito “visione”).

Vedere i fiori della nostra vita ed innaffiarli, diverrà non solo una conseguenza naturale di un rinnovato sguardo sulle cose, ma anche una fonte di inaspettato piacere per noi giardinieri dell’anima.