Che cos’è la respirazione yogica naturale e come si fa a farla

La respirazione naturale nello Yoga è basata su una tecnica semplice che fa conoscere ai praticanti il proprio sistema respiratorio e le modalità di respirazione.

E’ un tipo di respirazione molto rilassante e può essere eseguita in qualsiasi momento. 

La consapevolezza del processo attraverso il quale avviene questo tipo di respirazione, rallenta la frequenza respiratoria e stabilisce un ritmo più calmo e più rilassante.


Come si fa la respirazione yogica naturale

Siedi in una posizione comoda, oppure sdraiati in Shavasana (la Posizione del Cadavere) e rilassa tutto il corpo.

Osserva il processo della respirazione, come se fossi un testimone.

Sviluppa la totale consapevolezza  del flusso ritmico del respiro .

Senti il respiro che entra e che esce dal naso.

Non controllare il respiro in alcun modo.

Osserva come il respiro è fresco quando entra nelle narici ed è caldo quando esce.

Porta la consapevolezza all’area della gola e senti il respiro che l’attraversa.

Porta la consapevolezza giù nella regione toracica e senti il respiro che fluisce nella trachea e nei bronchi.

Senti il respiro fluire nei polmoni, essendo consapevole che i polmoni si espandono e si rilassano.

Sposta l’attenzione alla gabbia toracica e osserva l’espansione e il rilassamento di quest’area.

Porta la consapevolezza verso l’addome, senti l’addome che si solleva inspirando e si abbassa espirando.

Infine diventa consapevole di tutto il processo respiratorio dalle narici all’addome e continua ad osservarlo per un pò di tempo.

Riporta la consapevolezza all’osservazione del corpo fisico e del suo insieme ed apri gli occhi.

Come si fa il respiro psichico (Ujjayi Pranayama)

Ecco come si fa il respiro Ujjayi Pranayama il respiro dall’effetto calmante.

  • Siediti in una qualsiasi asana meditativa.
  • Chiudi gli occhi e rilassa il corpo. Porta la consapevolezza del respiro nelle narici e lascia che la respirazione diventi calma e ritmica.
  • Dopo un pò di tempo, trasferisci la consapevolezza alla gola.
  • Cerca di sentire o immaginare che il respiro entra ed esce attraverso la gola , e non attraverso le narici, come se inspirazione ed espirazione avvenissero tramite un piccolo foro nella gola. Via via che la respirazione diventa più lenta e più profonda, contrai gentilmente la glottide così da produrre nella gola un sibilo simile al russare (come il respiro di un bambino che dorme), in questo modo se pratichi correttamente, avverrà la contrazione dell’addome senza dover ricorrere ad alcuno sforzo.
  • Sia l’inspirazione che l’espirazione, dovrebbero essere lunghe profonde e controllate. Pratica la respirazione yogica, mentre ti concentri sul suono prodotto dal respiro nella gola. Il suono del respiro dovrebbe essere percepito solo da te.

DURATA DEL RESPIRO UJJAYI

Inizia con un ciclo di 10 respiri e lentamente aumenta di 5 minuti.

BENEFICI DEL RESPIRO UJJAYI

Ujjayi viene considerato come un esercizio di Pranayama calmante, che produce anche un effetto riscaldante sul corpo, calmando la mente ed il sistema nervoso, producendo anche un effetto rilassante a livello psichico. Aiuta ad alleviare l’insonnia e può essere praticato in Shavasana (la posizione del cadavere) prima di addormentarsi. Rallenta il ritmo cardiaco ed è utile per le persone che soffrono di ipertensione.

Che cos’è il Raja Yoga?

Che cos’è il Raja Yoga e quale soluzione offre lo Yoga per calmare una mente caotica e in continua agitazione?


La nostra vera natura

Secondo il Raja Yoga (lo Yoga Reale che è il tipo di Yoga più praticato fuori dall’India) gli ostacoli maggiori che incontriamo per una piena realizzazione del nostro Sè sono: una mente iperattiva, i pensieri eccessivi, e il concetto egotico di un “Io” individuale separato dal resto dell’Universo. Se questi ostacoli appartengono in realtà alle normali funzioni della mente umana, il nostro più profondo Sè tende all’unione con l’Universo. Secondo il Raja Yoga, che basa molta della sua pratica sulla contemplazione e sulla concentrazione, c’è solo una via da percorrere per superare questi ostacoli: la via rappresentata dal calmare la mente e rimanere fermi in quello stato mentale che rimane quando cessa ogni pensiero. Questo indescrivibile aspetto dell’esistenza viene spesso indicato come Purusha (negli Yoga Sutra di Patanjali), Brahman (nei Vedanta), Shoonya (in alcune forme di Buddismo).

La mente oppone resistenza al rallentamento

Il Raja Yoga ci fornisce lo strumento per meditare: rallentare il caos interno in maniera così intensa da creare un unico pensiero continuo. Questo porta direttamente a quello che viene chiamato Samadhi, il totale assorbimento nella natura della realtà, anche se questo richiede molto tempo ed una pratica dedicata.

La mente tuttavia è intelligente e astuta e nella maggior parte dei casi non ha proprio voglia di calmarsi. Farà di tutto per continuare a pensare, focalizzandosi sull’Io, allontanandosi dalla meraviglia del momento presente e dalla vera natura della realtà delle cose.

Le Upanishad iniziano dal corpo fisico

Gli antichi Rishi o saggi hanno notato come la mente lavora proprio in questo modo. I Rishi sapevano benissimo che calmare la mente non è un compito facile e che spesso la meditazione non è sufficiente. Per le persone che hanno un’attività mentale troppo caotica per affrontare subito la meditazione, crearono una pratica basata sul corpo fisico capace di lavorare sulla flessibilità e sulla stabilità, partendo dall’aspetto più grossolano della nostra esistenza: il corpo fisico. Nello Yoga moderno quello che facciamo oggi nei centri, nelle palestre e nei vari corsi rappresenta solo una piccola parte di questa pratica, che ha il fine di calmare la mente e dimorare nella nostra vera natura.

Patanjali e gli 8 stadi dello Yoga

Sebbene le date siano confuse e incerte, pare che Patanjali elaborò i propri Yoga Sutra semplificando le informazioni assunte dalla lettura delle Upanishad. Gli Yoga Sutra danno numerosi suggerimenti per sospendere la formazione della coscienza e per calmare la mente. Una sezione del lavoro di Patanjali viene chiamata Ashtanga, ovvero gli 8 stadi dello Yoga, in cui viene delineato un sistema per calmare la mente attraverso la meditazione, iniziando dai principi della vita, lavorando attraverso i corpi fisici ed energetici e sugli gli aspetti emotivi ed intellettuali della mente, sviluppando la capacità della mente di focalizzarsi su un unico punto, che porta alla vera meditazione e al Samadhi, lo stato di calma ottenuto attraverso la meditazione.

5 Consigli per sopravvivere alle vacanze di Natale

Ecco i miei consigli per mantenere l’equilibrio interiore, fisico e mentale durante le vacanze di Natale 2018.

Se anche a te capita con l’avvicinarsi delle vacanze di Natale di attraversare a livello emotivo un mix di sensazioni che possono andare dall’eccitazione, all’ansia o a tutt’e due, sappi che sei in buona compagnia. Le feste di Natale possono essere un banco di prova a livello emotivo per tutti noi.

Possono anche rappresentare un momento difficile per molti, facendo pressione sulle persone che passano il tempo in famiglia e sulle persone che attraversano un momento di solitudine.

Quindi sia che tu abbia deciso di festeggiare, oppure di commiserarti per la tua situazione o semplicemente di ignorare il tutto, ecco 5 dei miei consigli per mantenere il tuo equilibrio interiore durante le vacanze di Natale.

1.Fai una pausa

Durante la giornata prenditi molte pause (di durata dai 3 ai 5 secondi l’una) per permetterti di uscire dalla storia che stai vivendo mentalmente e a permettere ad ogni cosa di essere esattamente come’è.

Questa strategia può fare veramente la differenza.

2.Esci esci e ancora esci

Anche se fa freddo, le giornate sono corte (attenzione però la buona notizia è che dal 21 dicembre con il Solstizio di Inverno le giornate si allungano) e non c’è il sole, non c’è ragione di stare a tavola dalla mattina alla sera, ascoltare le storie dei parenti che ti riversano addosso il proprio ego. Molte delle loro storie sono pesanti da reggere emotivamente. Lo sappiamo da anni, ma ci facciamo violenza sorridendo, annuendo e brindando allegramente con un sorriso di circostanza.

Il Natale può essere violento a livello emotivo. I parenti a tavola ci fanno patire la logica del confronto e dell’inadeguatezza.

Loro ce l’hanno fatta e tu no. Questo è il messaggio subliminale che vogliono farti entrare in testa.

Alzati e cammina.

Esci, cammina nella natura, guarda i campi, vai a correre, leggi all’aperto come ho visto fare ieri a Piacenza ad una ragazza sui 20 anni immersa nella lettura, seduta su una panchina fredda. Un’immagine bellissima. Vai a fare un giro a Bobbio o a Chiaravalle della Colomba, ma non stare sul divano con la televisione accesa. Questa cosa stanca l’anima.

3.Sii gentile con te e con gli altri

Prova a metterti in contatto con le persone che, specialmente in questo periodo dell’anno potrebbero essere in difficoltà. Essere gentile non solo ti farà sentire bene, ma ti regalerà anche tanta serenità interiore. Oltre che ad un bel sorriso.

4. Adotta il mantra: Lascia, Cambia o Accetta

Stai vivendo una fase della tua vita che non ti piace affatto?

Domandati: posso LASCIARLA? (nel senso rimuoverla psicologicamente). Se la risposta è no chiediti se puoi fare un CAMBIAMENTO per migliorarla. Se la risposta è no, allora rilassati, perchè è venuto il momento di ACCETTARLA.

5. Fai Yoga ogni giorno per almeno 15 /20 minuti

Ritagliati uno spazio sul tappetino (va bene anche una coperta) per 15/20 minuti al giorno, muovendo il corpo in sincronia con il respiro (come ci insegna lo Yoga), disconnettendoti da tutto e da tutti. Una persona serena dona se stessa agli altri più facilmente ed è di grande beneficio per le persone con cui entra in contatto emanando positività.

Namaste.

La Posizione dell’Eroe (Supta Virasana)

DA DOVE PARTIRE.

Da Virasana (Posizione dell’Eroe) :

  1. metti le mani di pochi centimetri dietro i fianchi sollevando leggermente le anche;
  1. separa i piedi in modo che il coccige possa toccare i talloni;
  1. striscia all’indietro fino a quando gli avambracci sono a terra sollevandoti ed espandendoti nel petto;
  1. portare i gomiti indietro fino a quando sono distesi sul tappetino;
  1. piegare il coccige sotto il corpo per rendere meno intensa l’inarcatura della schiena.

COSA ENFATIZZARE.

  1. tieni premute le ginocchia contro il pavimento;
  1. le cosce ruotano internamente;
  1. per rendere più intensa la posizione porta il ginocchio in direzione delle spalle sullo stesso lato;
  1. porta le braccia in alto stringendo i gomiti.

L’armonia degli opposti: che cos’è lo Yin Yoga e quali sono i suoi benefici per il corpo e la mente

Le ragioni per praticare Yin Yoga possono andare dalla ricerca del benessere psico-fisico al desiderio di avere una maggiore presenza nel “qui e ora” della propria vita.

Lo Yoga che viene praticato oggi in Occidente non è mai esistito in questa forma prima di ora, in quanto oggi pratichiamo uno Yoga occidentale formato dalla sensibilità occidentale, per andare incontro ai bisogni ed alle esigenze degli occidentali.

Molte forme di Yoga oggi sono dinamiche e lavorano solo sull’aspetto muscolare del corpo (i tessuti Yang).

Lo Yin Yoga invece lavora sul lato Yin del nostro corpo che comprende i legamenti, le ossa, le articolazioni ed il sistema connettivo e miofasciale. I nostri tessuti sono importanti e hanno bisogno di essere mantenuti in allenamento per ottenere un livello ottimale di salute e di vitalità.

Fino a qui possiamo dire che non c’è proprio nessuna differenza con gli altri stili di Yoga. Soprattutto all’inizio si potranno trovare un pò noiose le asana dello Yin Yoga, ma non passerà molto tempo prima di scoprire che invece le asana dello Yin sono impegnative anche dal punto di vista fisico (si può arrivare fino a 20 minuti per asana!). Il fatto che le posizioni siano semplici non significa che siano anche …facili.

La vita è basata sull’equilibrio degli opposti senza i quali non esisterebbe: esiste la luce, perchè esiste il buio, esiste il bianco perchè esiste il nero. Il Tao che è uno dei principali concetti elaborati dal pensiero cinese considera la propria presenza al centro di tutti gli eventi, come un sentiero che conduce al centro. Nel Tao gli opposti si completano l’un con l’altro. 

Non solo: siccome l’esistenza non è statica ciò che oggi è Yin domani potrà diventare Yang.

Lo Yin riguarda l’aspetto oscuro di una collina o di un ruscello, mentre lo Yang si riferisce al lato luminoso. La notte non può esistere senza la luce.

COME PRATICARE YIN YOGA?

Un passaggio fondamentale è quello di scegliere un insegnante di Yin Yoga che sia in grado di trasmettere gli insegnamenti legati alla tradizione in un contesto moderno ed attuale

QUANDO PRATICARE YIN YOGA?

Non ci sono dogmi assoluti. La domanda non ha una singola risposta, anzi sono molte le opzioni che abbiamo a disposizione quando pratichiamo.

Dipende da quali sono gli obiettivi che ci poniamo e che vogliamo ottenere dalla nostra pratica.

Possiamo fare la nostra pratica Yin:

  1. quando i nostri muscoli sono freddi;
  2. di mattina presto;
  3. la sera prima di andare a letto (per calmare la mente prima del sonno)
  4. prima di una pratica Yang (quindi una pratica molto attiva, che lavora più sui muscoli che sulle fasce muscolari, su nervi e sulle ossa);
  5. in primavera oppure in estate;
  6. in momenti della nostra vita in cui i ritmi si fanno serrati e molto stressanti;
  7. dopo un lungo viaggio;
  8. per le donne durante il ciclo (per conservare le energie).

Dal punto di vista fisiologico (quindi in relazione alle funzioni del nostro organismo) lo Yin Yoga ha come scopo principale quello di lavorare sui tessuti connettivi.

Se i muscoli sono caldi e attivi tenderanno ad assorbire la maggior parte dello stress che la posizione Yin comporta. Abbiamo quindi la necessità di praticare con i muscoli freddi (anche se praticando al mattino presto potremo avere un senso di rigidità muscolare).

Se invece pratichiamo alla fine della giornata i nostri muscoli saranno riscaldati e saranno allungati al massimo della loro possibilità di estensione (nonostante ciò i benefici potranno essere notevoli dal punto di vista psicologico).

Il giorno è Yang.

Quindi praticare prima di andare a letto può ristabilire l’equilibrio energetico.

In ogni caso occorre assecondare “la propria guida interiore” che saprà offrirci la risposta più adatta anche dal punto di vista energetico rispetto al momento che stiamo vivendo.

Alla scoperta della lattuga: l’erba delle aquile che ti rilassa

Nel mondo antico la lattuga veniva considerata l’erba dell’equilibrio, del rilassamento delle notti serene.

In queste serate autunnali (soprattutto a cena) non deve mancare il radicchio rosso e la lattuga uniti in una bella e gustosa insalata, oppure in un gustoso sughetto al pesto e mandorle e fusilli come nella foto.

Per i Pitagorici (antichi filosofi e matematici) la lattuga svolgeva una forte funzione cicatrizzante per le ferite dell’anima, oltre a depurare il corpo e grazie alle sue foglie anche il sangue e la mente schiava dell’eccessivo attaccamento.

La lattuga svolge (in quanto ricca di fibre e acqua) un’importante funzione digestiva e anti-ritenzione.

Evita le fermentazioni ed elimina le tossine che si formano nel colon durante il pasto della sera.

Il mix di lattuga e radicchio rosso svolge una funzione disinfiammante della pelle (oltre ad attenuare gli effetti dell’artrosi e dei reumatismi).

La lattuga veniva chiamata “l’erba delle aquile” in quanto svolgeva (allora come ora) un’importante funzione protettiva della vista.

COME VA CONSUMATA.

L’insalata di lattuga e radicchio va consumata prima del pasto e non va associata a latticini, carni e salumi, perchè le fibre e gli antiossidanti della lattuga perdono l’effetto depurativo se vanno a mischiarsi con le proteine animali.

In autunno vanno evitati i latticini in quanto annullano l’effetto anti-age e rinfrescante della lattuga.

Via libera a succhi di melagrana, fichi, cetrioli e centrifugati freschi.

Va consumata con pani di segale e avena, frutta secca (noci, mandorle) e minestre di verdura.

Il problema dell’ego e la pratica Yoga che può limitarne gli effetti nocivi

L’ego è un bel problema.

“Non c’è un cappio più stretto dell’illusione, nessuna forza più forte dello yoga, nessun amico più grande della conoscenza, nessun nemico più grande dell’ego”. (Gheranda Samitha)

L’ego non è esattamente l’amico preferito dello Yoga già dai tempi di Patanjali, che lo considerava come il secondo klesa, ovvero la causa scatenante delle afflizioni dell’animo umano (sutra II.6), il cui superamento è uno degli obiettivi principali della pratica.

“Se conosci il nemico e conosci te stesso la tua vittoria è sicura…”, scriveva Lao Tzu nell’Arte della Guerra.

Ma che cos’è l’ego?

Dal punto di vista della psicanalisi la parola Ego deriva dal latino e significa letteralmente “io”, per cui rappresenta generalmente la propria persona e la coscienza di essere chi siamo. Si tratta di un termine di uso psicoanalitico: l’ego costituisce una delle tre topiche con le quali Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, divideva le funzioni psichiche, Es Ego e Super-Ego. Secondo questa divisione, l’Es è l’istinto, l’Ego (Io) è la dimensione cosciente e razionale della mente, mentre il Super Ego (Super Io) è l’istanza psichica che controlla il comportamento morale e i doveri. L’Io cercherebbe di bilanciarsi costantemente fra le pressioni del Super Io e quelle dell’Es, che comprende desideri e paure inconsce.

Sempre secondo la psicoanalisi classica, un sano bilanciamento dovrebbe poggiarsi maggiormente sui precetti del Super Ego, e quindi su regole e norme apprese. Altre teorie psicologiche, ad esempio quella proposta da Carl Gustav Jung, si discostano da questa interpretazione, preferendo parlare del Sé, ovvero della psiche totale, che comprende l’Io-coscienza e l’inconscio. Questa proposta non pone L’Ego o Io al centro della psiche, ma lo considera come facente parte di un tutto più vasto, nel quale un ruolo preponderante per il nostro funzionamento psichico è attribuito all’inconscio.

Ma l’ego esiste davvero nel cervello ?

L’ego ha un “posto” nel cervello?

Il termine ego coincide con una funzione psichica; detto questo, esiste una zona cerebrale espressamente dedicata a tale funzione?

Alcuni ricercatori di neuroscienze credono di sì e hanno osservato una connessione fra l’attività mentale autoreferenziale e la corteccia prefrontale mediale, che si trova nella parte anteriore del lobo frontale. Esisterebbe quindi una zona del cervello che si attiva primariamente quando ci riferiamo al nostro Ego con parole e pensieri. in ogni caso, la naturale sede dell’Ego o io cosciente si trova nella neocorteccia, la zona di più recente sviluppo del cervello. Il cervello antico è invece quello che si “occupa” degli istinti e dei bisogni primari dell’uomo: non sorprende pertanto che la civiltà contemporanea spesso esalti il primo cervello (e quindi la razionalità) a scapito del secondo: per questo si parla spesso di Ipertrofia dell’Io, ovvero dell’importanza eccessiva che spesso si attribuisce a questa finzione, relegando sullo sfondo emozioni e istinti.

Gli Yoga Sutra affermano che quando sperimentiamo Avidya (ignoranza), confondiamo il nostro vero sè (l’essenza più pura) con l’ego.

Il risultato è sperimentare l’illusione (Maya), in cui si è letteralmente travolti senza sosta dalla tempesta della mente. Detto questo, non è facile per niente osservare i pensieri come sorgono e come se ne vanno, senza cedere all’identificazione.

UNA PRATICA POSSIBILE.

1) ritagliati uno spazio di dieci minuti al giorno;

2) siediti in un luogo tranquillo (con il cellulare spento, pensa che fino ai primi anni novanta la gente è sopravvissuta senza cellulari, internet e social);

3) chiudi gli occhi (per evitare che la Prakriti, ovvero il mondo materiale) ti distragga;

4) inizia ad osservare il respiro, la lunghezza e la profondità dell’inspirazione e della espirazione (soprattutto questa);

5) inevitabilmente dopo un paio di respiri la mente inizia a vagare e a pensare “alle cose più importanti”;

6) se l’obiettivo è quello di calmare la mente, è utile conoscere quali pensieri attualmente stanno occupando la mente in questo momento;

7) guarda i pensieri come entrano nella mente; ed è qui che inizia la parte difficile: non devi farti coinvolgere emotivamente;

8) puoi pensare di essere in una stazione ferroviaria sulla piattaforma di imbarco ai treni: il treno passa, però tu non ci sali sopra (presta attenzione al respiro).

Pratica questo esercizio per 10 minuti al giorno ed inizierai gradatamente a prendere coscienza di quali pensieri ti disturbano e ti mettono in difficoltà.

Probabilmente realizzerai che la metà di essi:

a) non sono reali e non c’è quindi bisogno di preoccuparsi;

b) appartengono a situazioni sulle quali non abbiamo nessun potere di controllo;

c) nel passato e nel futuro non esistono ancora.

***

“Io non sono questi capelli

Io non sono questa pelle

Io sono l’anima che vive all’interno”.

Rumi

L’arte di accontentarsi: che cos’è Santosha e perchè può regalarti la felicità

 

Viviamo in un’epoca dove la contentezza non si sa nemmeno cosa sia.

Ecco una frase di Osho che è in apparenza paradossale, ma che rende chiari certi meccanismi mentali che ci portano a sperimentare l’infelicità.

“L’infelicità ha molte cose da darti, cose che la felicità non può darti. 

Di fatto, la felicità ti sottrae molte cose. 

La felicità ti porta via tutto ciò che hai sempre avuto e tutto ciò che sei sempre stato: la felicità ti distrugge.” 

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Abbiamo bisogno di beni materiali e questo è un dato di fatto, ma il bisogno è una cosa diversa dalle voglie inutili. C’è differenza tra desideri naturali e innaturali.

Il desiderio naturale sorge da una mente non condizionata. Quando guardiamo il mondo senza filtri vediamo che in fondo i bisogni che abbiamo non sono poi molti.

Abbiamo bisogno di cibi nutrienti e gustosi.

Vogliamo vedere i nostri amici e le persone che amiamo.

Vogliamo capi di abbigliamento adatti e un alloggio confortevole.

Vogliamo anche un lavoro che sia in grado di procurarci tutte queste cose.

Queste cose non devono però essere opprimenti e spingerci in un loop di miseria ed afflizione.

I nostri vestiti e la nostra casa possono essere anche belli e di qualità.

Dobbiamo però capire quando i nostri desideri diventano innaturali.

Il desiderio è innaturale  quando sorge dal voler imitare quello che accade intorno a noi.

Se vogliamo qualcosa solo perchè il nostro vicino di casa ce l’ha o perchè una campagna pubblicitaria fatta in modo intelligente ci ha convinti di averne bisogno, oppure perchè l’abbiamo vista esposta in un centro commerciale, si può dire che sia un bisogno naturale? Ci è utile?

Di questi tempi siamo sottoposti ad un vero e proprio bombardamento di pubblicità che proviene non solo dall’ambiente nel quale viviamo, ma anche dai social, dai pop-up (finestre pubblicitarie) che si aprono automaticamente non appena visitiamo una pagina del web.

Il loro intento è chiaro: creare bisogni artificiali.

Hanno creato una società di infelici ai quali vendere la promessa di diventare felici per mezzo dell’acquisto.

Questo tipo di pubblicità è basato su un principio: “prima feriscili, poi curali”.(Shankaranarayana Jois, The Sacred Tradition of Yoga, Philosophy, Ethics and Practices for a Modern Spiritual Life, Shambala Publications).

In altre parole ci fanno credere che qualcosa in noi non funziona e poi ci convincono a comprare cio’ che lo guarisce.

Dovremmo invece chiederci se agendo d’impulso nell’acquisto del prodotto, riusciremo a raggiungere quella felicità promessa da questo marketing cinico e dis-umano (ma non privo di conoscenze della psicologia comportamentale a ben vedere).

Dovremmo domandarci cosa ci fa realmente felici. La nostra responsabilità è quella soddisfare i nostri bisogni naturali (e a tal fine Madre Natura spesso provvede quasi per l’intero). Oggi ci sono pochi desideri naturali se paragonati a quelli artificiali.

Forse eliminando quelli artificiali potremmo essere un pò più felici.

Uno dei cinque Niyama è Santosha.

Accontentarsi di ciò che si ha è una strada che possiamo iniziare a percorrere cominciando ad eliminare i bisogni artificiali.

Nella società del rumore l’arte del silenzio fa bene all’anima

Viviamo nella società del rumore non solo esterno, ma anche interiore.

I mezzi di comunicazione sociale sono diventati lo strumento più potente di formazione e di socializzazione delle persone, e l’invasione dell’informazione e la rapidità con cui si succedono le notizie, impediscono qualsiasi forma di riflessione duratura.

In sanscrito il termine mouna ha due significati. Il primo secondo Swami Niranjanananda Saraswati si può tradurre con la parola silenzio.

Imparare ad essere silenziosi costituisce una pratica di Pratyahara. Sabdha (o silenzio) è l’espressione sanscrita di prana shakti. Molta energia viene spesa attraverso la parola. Se analizziamo ciò che diciamo durante la giornata, arriveremo alla conclusione che pochissime parole sono state veramente utili.

Più si parla, maggiore è la quantità di energia pranica che si disperde. Meno si parla, maggiore è l’energia pranica che si conserva.

Mouna è molto importante a tavola. Non parlare durante il pasto aiuta la digestione.

Mouna è praticato regolarmente negli ashram, pur essendo molto difficile da eseguire i benefici descritti da chi ci è riuscito sono evidenti.

Il secondo significato è misura. Se parli con parole misurate queste avranno potere.

Mouna rappresenta anche uno stato mentale di consapevolezza. Prima di parlare, rimuovi il superfluo e pronuncia solo le parole necessarie.

Nei ritiri di yoga mouna  viene spesso introdotto come pratica del silenzio per uno o più giorni.

Per molti l’idea di non parlare anche se per poche ore è scoraggiante.

La mente corre con domande come: “ma come farò a comunicare?”, “cosa farò senza poter parlare con qualcuno”?

In realtà quello che pensiamo di noi stessi, degli altri e del mondo è il frutto delle nostre conversazioni.

Il fatto di parlare con gli altri, raccogliere le esperienze, formulare opinioni, essere o non essere d’accordo con l’opinione altrui, crea un forte senso di identità e su ciò che pensiamo di essere. La nostra mente crea di continuo quei pensieri per continuare quel momento.

LA MAGIA DI MOUNA

La pratica dello yoga ci consente di entrare in questo spazio di silenzio attraverso le asanas (posture), mantenendo il corpo in forma, senza ostacolare la mente nella concentrazione e attraverso il Pranayama (esercizi di respiro) bilanciano il flusso di energia attraverso il corpo portandoci alla fase di Pratyahara (ritiro dei sensi).

Mouna ci offre la possibilità di guardare semplicemente la mente senza farci coinvolgere dalle sue continue fluttuazioni. Quando osserviamo i nostri pensieri e come attivano le nostre emozioni, senza farci coinvolgere, si attiva qualcosa di molto prezioso, in quanto si stabilizza la mente egoica.

Dopo che i pensieri si sono stabilizzati, nasce una profonda consapevolezza capace di rivelare la vera natura delle cose.

E’ attraverso mouna che possiamo ascoltare ciò che viene “da dentro” e che possiamo riconoscere attraverso la pratica del silenzio.